Mary Pirimpo
Speranze miseramente deluse
Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, erano molti i meridionali italiani che, con la valigia di cartone tenuta insieme da un pezzo di corda, prendeva il treno in terza classe per recarsi al Nord, soprattutto a Milano, con la speranza di trovare lavoro e di trascorrere una vita dignitosa. A qualcuno andò bene al punto di arricchirsi, ad altri, e senza dubbio i più, avvenne il contrario: vita stentata, fame, offese, oltraggi e altro ancora.
Di questo popolo migrante fece parte una certa Maria Boccuzzi, nata nel 1920 a Radenna in provincia di Reggio Calabria. Essa, nel 1929, con l’intera famiglia, si trasferì nella città, Milano, che molti meridionali sognavano come se fosse stato il Giardino dell’Eden. Ma anche per loro, come per tanti altri conterranei, questa scelta si trasformò in un incubo, facendo rivivere le difficoltà che si incontravano nei paesi natii.
Quando fu quattordicenne, Maria ebbe modo di entrare a far parte dei lavoratori della Regia Manifattura Tabacchi di Via Moscova; pertanto sembrava che tutto si stesse volgendo verso il meglio. Ma ecco l’imprevisto: Maria conobbe un certo Mario, studente universitario, del quale si innamorò, mollò il lavoro e, infischiandosene dei contrasti con la famiglia, andò ad abitare con lui in una soffitta della periferia. Come vissero non è dato sapere, ma in ogni modo il cosiddetto Mario si stancò di lei e dopo circa un anno la piantò in asso.
Così, Maria, rimasta senza amico e lavoro, si trovò nelle classiche braghe di tela. Che fare? Senza lavoro, il problema del pranzo e della cena era privo di soluzione. Pertanto, cercò di inserirsi nell’avanspettacolo e non ebbe grosse difficoltà a essere assunta come ballerina, con il nome d’arte Mary Pirimpo, considerato che aveva un bel fisico, attraente e procace.
Fu in quel periodo che incontrò un certo Luigi Citti, per gli amici Jimmy, che era stato un ballerino di fila della grande Wanda Osiris, il quale di giorno faceva l’assicuratore e, con il buio, si trasformava in un «habituèe» della vita notturna della città, facendo l’animatore del circolo notturno «Arethusa», uno dei più rinomati. Attaccandosi a lui come se fosse un’ancora di salvezza, Mary ne divenne l’amante. Però, la vita divenne insostenibile quando come ballerina le cose cominciarono ad andare piuttosto male, passando dagli insulti, dagli oltraggi ai maltrattamenti; la sua vita era piena di umiliazioni e di offese che giorno dopo giorno diventavano sempre più pesanti e insopportabili. Allora, Jimmy la mise sotto la protezione di Carlo Soresi, noto come Carlone, di professione protettore, che la avviò alla prostituzione. La sua vita era diventata un incubo, ed è ciò che disse alla polizia una sua collega più tardi, confermando che era intenzione di Maria di aprire un piccolo negozio, per esempio, e di tornare dalla sua famiglia, qualora l’avesse perdonata.
Ma questi sogni rimasero nel cassetto. Infatti, verso mezzogiorno del 29 gennaio 1953, alcuni ragazzini stavano giocando a pallone su un prato situato nei pressi della sponda del fiume Olona, quando uno di loro, che andò a raccattare il pallone finito presso l’argine, vide nell’acqua sudicia un corpo e diede l’allarme; secondo altri, fu un operaio che stava andando al lavoro a trovare la donna morta, ma ovviamente ciò non cambia nulla. Il corpo fu recuperato e trasportato all’obitorio, dove l’autopsia portò alla conclusione che 6 pallottole calibro 6,5 avevano chiuso definitivamente la partita. Il corpo rimase anonimo per diversi giorni sul freddo marmo; solamente più tardi Mary fu riconosciuta da una collega prostituta.
Gli inquirenti si trovarono spaesati e in difficoltà, essendo l’ambiente di vita della giovane donna, allora trentatreenne, quello della prostituzione.
Unico indizio, risultato inutile, fu il ritrovamento di un guanto da donna sull’erba presso il punto in cui il corpo giaceva.
Comunque, la prima mossa degli inquirenti fu quella di mettere sotto torchio i due personaggi che sono richiamati più sopra, cioè Luigi Citti e Carlo Sovesi, i quali, tuttavia, riuscirono a dimostrare ai poliziotti che loro non entravano per nulla in quell’omicidio.
Sul cappotto del Citti furono individuate alcune gocce di sangue che, secondo gli inquirenti, dovevano essere decisive. Ma il Citti disse che erano dovute al fatto che lui soffriva di emorragie nasali, per cui quel sangue non poteva che essere il suo; circostanza che, successivamente, fu dimostrata essere vera.
Altro fatto fu la testimonianza di un vigilante notturno che dichiarò che, la sera del 28, lui aveva visto in quel luogo un’auto scura nella quale due persone, una coppia, stavano litigando violentemente e aggiunse pure di aver sentito delle urla. Bene, il Sovesi aveva da poco acquistato un’auto scura, quindi... Ma il gelo tornò quando il vigilante disse che la guida dell’auto era a sinistra, mentre quella dell’auto di Sovesi era a destra.
Così, pure il Sovesi fu rilasciato e il tutto andò nell’oblio: la morte della povera Mary Pirimpo divenne un mistero che non ha mai avuto un chiarimento.
La notizia del ritrovamento del cadavere, pubblicata sui quotidiani, tenne banco non solo per mesi, ma per anni. I migliori investigatori furono messi all’opera dalla Questura di Milano e da quelle del Nord Italia e fu fatta intervenire pure l’Interpol, mentre furono interrogate oltre 2.000 persone: ma niente di fatto, di mistero si trattava e di mistero si parla tuttora, potrebbe rimaner tale per sempre.
Forse, quel maledetto fatto di sangue ispirò al cantante Fabrizio de André La Canzone di Marinella, ma questa è tutta un’altra storia.
